É passato poco più di un anno da quando abbiamo iniziato a discutere di intelligenza artificiale, a dire il vero con scetticismo, diffidenza ed anche timore per le ripercussioni sulla professione forense. In questi mesi, però, l’utilizzo dell’AI da parte degli avvocati è cresciuto in maniera esponenziale con punte che, come illustra un recente studio dell’Ordine degli Avvocati di Milano con il SOLE24ORE, superano il 74% tra i professionisti più giovani. Nonostante ciò alcuni dei timori iniziali restano e, ad onor del vero, io non ho ancora avvertito una effettiva presa di coscienza dell’avvocatura per tentare di porvi un rimedio. Mi riferisco a due timori in particolare: in primis, l’acuirsi della disuguaglianza tra grandi e piccoli studi legali che, in ragione della diversa potenzialità economica, possono dotarsi di sistemi tecnologici di maggior impatto, per cui si rende necessario che le istituzioni forensi favoriscano l’adozione di piattaforme condivise e di programmi di aggiornamento professionale disponibili per tutti gli avvocati; a ciò va aggiunta la necessità assoluta che questi sistemi vengano sottoposti ad attenta vigilanza perchè, oltre al problema della privacy, vi è il concreto rischio della manipolazione dei dati a favore dei gruppi economico-finanziari più rilevanti. Dunque, in vista del Congresso, non può che auspicarsi l’impegno a formare una classe professionale in grado di comprendere a pieno il fenomeno per poterlo governare o quanto meno per poterne prevenire e smussare i tanti effetti negativi che si paventano con tutta evidenza.




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